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16 settembre 2018

LE ISTITUZIONI NON ELETTE CHE GOVERNANO L’EUROPA

Mai come ora il governo italiano è stato sotto attacco da parte delle istituzioni europee.

Nei giorni scorsi abbiamo sentito per l’ennesima volta i rimproveri e le minacce da due delle massime cariche UE: il governatore della BCE Mario Draghi ed il Commissario europeo Moscovici.

Entrambi hanno pesantemente attaccato il governo, il primo accusandolo di cagionare danni all’economia italiana ed anticipando la propria chiusura ad ogni sostegno finanziario in caso di sforamento dei parametri di deficit pubblico; il secondo arrivando a paragonare i nostri responsabili di governo a dei “piccoli Mussolini”.

La gravità di tali esternazioni non si limita ai contenuti, ma risiede nel fatto che entrambe provengono dai due organi europei che meglio incarnano la natura di “istituzioni politiche antidemocratiche”, senza eguali nel mondo tranne che nei sistemi di monarchia assoluta o nelle dittature.

Sia la Commissione europea che la Banca Centrale europea, infatti, sono due istituzioni di primaria rilevanza dell’Unione europea: esse decidono – ognuna nei propri ambiti – la maggior parte delle politiche europee e, quindi, di tutti i Paesi membri (la prima) e più specificamente, quelle di tutti i Paesi nell’Eurozona (la seconda).

La Commissione è composta da un cittadino per ogni Stato membro, tutti nominati dal Consiglio europeo, di comune accordo con il Presidente (eletto dal Parlamento europeo su proposta dello stesso Consiglio).

L’intero “pacchetto” di Commissari nominati, unitamente al candidato all’Alta rappresentanza dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza ed allo stesso Presidente, è soggetto al voto di approvazione collettivo (non individuale) del Parlamento europeo, che dunque non può “bocciare” un singolo commissario, ma vota per l’intera formazione della Commissione.

Tale sistema è il risultato di diverse modifiche inserite nei Trattati – da ultimo in quello di Lisbona – che hanno dato al Parlamento europeo (unico organismo eletto a suffragio universale e diretto in tutta la UE) un ruolo meramente “formale”, dato che la scelta del Presidente della CE e dei suoi Commissari è in ogni caso affidata ad un accordo politico fra gli Stati membri.

Pertanto, il Commissario Moscovici, che in questa e molte altre occasioni si è permesso di insultare pesantemente il Governo italiano, è stato scelto dal Governo francese, con l’accordo di tutti i Governi europei, fra cui il Governo italiano in carica al momento dell’ultima elezione dei membri della CE (Governo Renzi, 2014).

Va sottolineato, per capire ancora meglio la natura del sistema politico vigente nell’Unione, che la Commissione detiene i maggiori poteri rispetto a tutti gli altri organismi europei: essa ha il monopolio dell’iniziativa legislativa (cioè scrive le leggi che il Parlamento può soltanto approvare senza modifiche); esercita il potere esecutivo (gestendo direttamente la maggior parte delle politiche UE e le rispettive risorse) nonché il potere giudiziario, in quanto può presentare ricorsi alla Corte di Giustizia europea contro gli Stati membri e contro lo stesso Consiglio europeo. Per l’ampiezza e la pregnanza dei poteri che esercita, la CE è stata definita in passato “il motore delle Comunità”.

Ma c’è di più: tutto questo potere è esercitato dai Commissari in assoluta indipendenza dai Governi nazionali, ai sensi dell’art. 245 TFUE. Essi vengono nominati a titolo individuale; non sollecitano né accettano istruzioni da alcun governo, istituzione, organo e organismo: essi non agiscono quali rappresentanti degli Stati, ma nell’esclusivo interesse dell’Unione.

Nel sistema europeo, e ancor più nell’ambito dell’Eurozona, al ruolo politico di un organismo privo di legittimazione democratica come la CE, si aggiunge quello – altrettanto fondamentale – ricoperto dalla BCE, la Banca Centrale europea.

Essa decide infatti le politiche monetarie dell’Unione, anch’essa in totale indipendenza rispetto a governi e altre istituzioni di ogni genere.

Secondo quanto riporta il sito dell’Unione europea, la BCE (ex art. 127, paragrafo 2, TFUE) esercita le seguenti funzioni:

  1. definire e attuare la politica monetaria per l’area dell’euro;
  2. svolgere le operazioni sui cambi;
  3. detenere e gestire le riserve ufficiali dei paesi dell’area dell’euro (gestione di portafoglio);
  4. promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento.
  5. Inoltre, in virtù dell’articolo 127, paragrafo 6, TFUE e del Regolamento (UE) n. 1024/2013 del Consiglio (“regolamento sull’MVU”), la BCE esercita la “vigilanza bancaria”, ovvero la vigilanza prudenziale degli enti creditizi situati negli Stati membri partecipanti, nel quadro del Meccanismo di vigilanza unico composto dalla stessa BCE e dalle autorità nazionali competenti.
  6. l’emissione di banconote: la BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno dell’area dell’euro;
  7. l’effettuazione di statistiche: in collaborazione con le BCN, la BCE acquisisce le informazioni statistiche necessarie ad assolvere i compiti del SEBC dalle autorità nazionali, oppure direttamente dagli operatori economici;
  8. la tutela della stabilità finanziaria e la vigilanza prudenziale: l’Eurosistema contribuisce alla regolare conduzione delle politiche delle autorità competenti in materia di vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e di stabilità del sistema finanziario;
  9. la cooperazione a livello internazionale ed europeo: la BCE intrattiene relazioni operative con istituzioni, organi e consessi, all’interno dell’UE e a livello mondiale, negli ambiti di competenza dell’Eurosistema.

La BCE è interamente finanziata e controllata dalle Banche Centrali Nazionali (BCN), le uniche autorizzate alla sottoscrizione ed alla detenzione del capitale sociale della BCE. Tali banche, in ottemperanza alle regole stabilite dalla stessa BCE, sono tutte private e indipendenti, cioè non soggette al controllo del proprio governo nazionale. La sottoscrizione del capitale sociale della BCE è stata effettuata secondo un criterio di ripartizione proporzionale alla percentuale di ciascuno Stato membro dell’Unione Europea al PIL comunitario ed alla popolazione dell’Unione.

L’ammontare sottoscritto ed interamente versato dalle Banche Centrali Nazionali dei Paesi dell’Eurozona è pari a circa il 70% del totale del capitale sociale della BCE.

Le Banche Centrali Nazionali dei quattordici paesi non aderenti all’area dell’euro, invece, non hanno titolo a partecipare alla ripartizione degli utili, né sono tenute al ripianamento delle perdite della BCE, e versano una piccola percentuale delle quote di capitale rispettivamente sottoscritte, pari al 7%, come contributo ai costi operativi della BCE connessi alla partecipazione al Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC).

Come risulta dai dati riportati dal sito ufficiale della BCE, la maggioranza relativa delle quote è detenuta dalla Bundesbank, seguita da Banca di Francia, Banca d’Inghilterra e da Banca d’Italia; le altre Banche Centrali detengono invece, rispetto ai tre principali sottoscrittori, percentuali inferiori delle quote della BCE. Inoltre le BCN degli Stati partecipanti all’area dell’euro hanno dotato la BCE di riserve di cambio per un valore equivalente a circa 40 miliardi di euro. Il contributo di ciascuna BCN è stato fissato proporzionalmente alla partecipazione nel capitale BCE ed è stato versato in oro per il 15%, in dollari statunitensi e yen per il restante 85%.

La Banca Centrale Europea è ufficialmente di proprietà delle Banche Centrali degli Stati che ne fanno parte, quindi dato che le Banche Centrali sono controllate da società private, la stessa BCE è una società privata.

Ma oltre alle suddette funzioni, la BCE esercita un controllo stringente su tutta la politica economica dei Paesi dell’Eurozona, attraverso i suoi poteri di influenzare i mercati (tramite le dichiarazioni del Presidente circa l’approvazione o richiesta di modifiche dei rispettivi documenti di programmazione economica e finanziaria, il nostro DEF) e di controllare lo spread.

Il DEF (Documento di Economia e Finanza) è stato da noi istituto con la Legge n. 39/2011 (Governo Berlusconi), per “garantire la migliore integrazione economica a livello europeo”; esso ha aumentato il grado di coordinamento delle misure economiche e finanziarie, ponendo un orizzonte che non si ferma all’anno corrente, ma allarga il fronte al triennio successivo, con l’indicazione delle riforme in programma e delle stime dei principali valori macroeconomici previsti, secondo le tabelle e gli studi effettuati dai tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze e della Ragioneria Generale dello Stato.

In realtà, tale strumento era già stato introdotto dalla legge di contabilità n. 362/1988, con il nome di Documento di Programmazione Economico-Finanziaria (DPEF); successivamente sostituito dalla legge di bilancio n. 196/2009 in Decisione di Finanza Pubblica (DEP), e solo in seguito divenuto Documento di Economia e Finanza con la  sopra richiamata legge, che ha raccolto le indicazioni giunte a livello europeo, a fronte della crisi economica mondiale che in quegli anni si era affacciata sulle economie europee e, in particolare, su quelle più fragili come quella italiana.

Così, i documenti di programmazione sono diventati i principali strumenti della politica economica dell’intera Unione europea, ricoprendo – tramite il controllo della BCE – un ruolo centrale per il perseguimento degli obiettivi di “crescita sostenibile, stabilità finanziaria e promozione della competitività” sia sul piano interno, che su quello internazionale.

Coerentemente con questi obiettivi è stata prevista la scadenza del 10 aprile per la presentazione del Documento da parte dell’Esecutivo, e del 30 aprile, per l’approvazione delle risoluzioni da parte del Parlamento.

Viene dato così alle istituzioni europee il tempo di valutare, già nella fase della programmazione, la cosiddetta “solidità dei conti pubblici” (ovvero il rispetto pedissequo dei vincoli di bilancio imposti dal Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e di Crescita, anche detto “Fiscal Compact”), avendo la Commissione europea il potere di esprimere un parere e richiedere, eventualmente, delle integrazioni o la presentazione di un progetto riveduto sulla base dei “rischi” che vengono posti in evidenza rispetto all’esecuzione del progetto presentato.

Nell’arco della successiva metà dell’anno si deve valutare l’effettiva realizzazione degli obiettivi indicati, con la possibilità di intervenire con una Nota di Aggiornamento entro il 27 settembre, e con la Legge di Stabilità (da approvare entro il 31 dicembre) per eventuali correzioni e ulteriori specifiche per l’attuazione dei programmi economici.

Questa rigida scansione temporale è stata ulteriormente legittimata con il Regolamento UE n. 473/2013, approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio, con il preciso intento di consolidare la sorveglianza sulle politiche economiche dei vari Stati membri.

Il Def viene dunque approvato dal Consiglio dei Ministri e presentato alle Camere entro il 10 aprile di ogni anno per la discussione parlamentare che, primariamente, deve avvenire all’interno delle Commissioni Bilancio di entrambi i rami del Parlamento in sede referente. Al termine della discussione in Commissione, il documento viene presentato all’aula per l’approvazione parlamentare, entro il 30 aprile di ogni anno, sotto forma di specifica risoluzione che lo stesso Parlamento indirizza al Governo.

Vale la pena sottolineare che questo documento programmatico non costituisce un vero e proprio atto legislativo avente forza di legge, ma essendo approvato con la forma della risoluzione, lascia aperta la strada alle modifiche, anche significative, del contenuto dello stesso.

In breve, grazie al sistema congegnato come sopra esposto, l’obiettivo delle nostre manovre finanziarie è prima di ogni altra cosa, quello di rispettare i saldi di bilancio prescritti dai vincoli del fiscal compact (da noi trasfusi in Costituzione con la riforma Monti del 2012).

Entro il 15 ottobre, il governo presenterà il disegno di “Legge di bilancio” alle Camere e, allo stesso tempo, trasmetterà il “Documento programmatico di bilancio” (Dpb) alla Commissione Europea e all’Eurogruppo i quali, tra fine ottobre e inizio novembre potranno esprimere “riserve” sui conti italiani. È ovvio che tali riserve verranno espresse nel caso il cui il DEF si allontanasse dall’obiettivo di deficit stabilito per l’anno in corso, nel percorso che tende al pareggio di bilancio (cioè deficit zero, o 0,5 come massimo scostamento).

Un richiamo ufficiale da parte delle autorità europee farebbe aumentare lo spread e i rischi di downgrade (cioè declassamento del nostro indice di affidabilità economica) da parte delle agenzie di rating statunitensi.

Tutto ciò, in barba a tutto quanto è stato detto e scritto a proposito dell’inutilità delle politiche di riduzione del deficit rispetto all’obiettivo di ridurre il debito pubblico in misura percentuale rispetto al PIL, con esempi molto vicini a noi di come anzi portare “i conti in ordine” abbia dei costi per il Paese, in termini produttivi, economici e sociali, molto più alti rispetto ai vantaggi (vedi la Grecia).

Il nostro Governo è stato da tempo messo sotto pressione dalla BCE affinché ottemperasse alle sue raccomandazioni in tema di esecuzione delle “riforme strutturali” e delle politiche di bilancio, sin dall’avvento del Governo Monti, che ha adempiuto diligentemente ai “compiti” assegnatigli dalla famosa “lettera” inviata al nostro Governo nel 2011.

La salita e la discesa dello spread (il differenziale fra i tassi di interesse dei nostri Titoli di Stato rispetto ai Bund tedeschi) è direttamente e agevolmente decisa e pilotata dal governatore della BCE, che decide in assoluta autonomia se e quanti titoli di Stato italiani o tedeschi acquistare o vendere sui mercati (in termini quantitativi, infatti, la BCE è la maggiore acquirente dei nostri titoli), determinando l’andamento delle vendite grazie all’influenza delle sue operazioni sugli altri investitori esteri, e facendo salire o scendere, così, i rispettivi tassi di rendimento.

Quando si parla della “fiducia degli investitori che comprano il nostro debito”, dunque, si copre con una foglia di fico nient’altro che l’indiscusso potere della BCE.

Un tempo, lo spread non esisteva o era irrilevante, perché la BCE non esisteva. Un domani, lo spread cesserebbe di condizionare i nostri governi se uscissimo dall’euro ( o l’eurozona saltasse come saltò lo SME) ed i rendimenti dei nostri Titoli di Stato (e i relativi costi a carico del nostro bilancio pubblico) tornassero ad essere sotto il controllo della nostra Banca centrale nazionale, non più (come è ora) indipendente, ma sua volta controllata dal Governo (com’era prima del “divorzio” del 1981).

Fino a quel giorno, ogni governo che si cimenterà nel compito di risanare l’economia del nostro Paese, resterà sottomesso al giogo delle Istituzioni europee non elette, che rappresentano solo ed unicamente gli interessi delle società finanziarie multinazionali entrate direttamente negli stessi tramite propri uomini scelti fra i propri tecnici e dotati di immunità e indipendenza totale dalla volontà popolare.

In Italia, allo stato attuale l’uscita volontaria dall’euro è del tutto impraticabile, poiché se anche il governo decidesse di intraprenderla (e non lo farà finché nella maggioranza ci sarà il M5S), si scontrerebbe con il veto del Presidente della Repubblica, uomo nominato dal precedente governo “europeista” ed eletto dal vecchio parlamento altrettanto europeista, non a caso.

Per giungere al sudato obiettivo, cioè la libertà del nostro Paese dai vincoli finanziari imposti dalle lobby internazionali, si dovrebbe prima riuscire a fare una riforma costituzionale trasformando il nostro Paese in una Repubblica presidenziale, col premier eletto direttamente dai Cittadini, che – se eletto da una maggioranza “sovranista” – avrebbe le mani libere per decretare l’uscita unilaterale dall’euro, previa ricollocazione della Banca Centrale nazionale sotto il controllo del Ministero del Tesoro.

In caso contrario, l’unica possibilità sta nel crack dell’Eurozona a seguito di una nuova crisi economica globale… secondo alcuni, lo scenario più probabile.

Cosa dobbiamo sperare, dunque? Le scelte sono due. Possiamo sperare fino alla fine in una Unione Europea che funzioni e risolva tutte le criticità che l’hanno resa fino ad oggi disfunzionale, antidemocratica, iniqua e traballante: per realizzarla, sarà necessario intraprendere quanto prima un percorso di riforme strutturali dell’Unione, che rendano elettive tutte le cariche decisive al suo interno; cancellino una volta per tutte l’euro restituendo ai governi nazionali la sovranità monetaria; modifichino il ruolo della BCE in quello di un ente di vigilanza sul funzionamento dei mercati finanziari e di sostegno ai Paesi in difficoltà in caso di attacchi speculativi alle valute nazionali, tramite fondi propri.

Altrimenti, se tale speranza non ci convince (e se in ogni caso, risulterà non realizzabile) non ci resta davvero che sperare che l’Unione Europea crolli sulle proprie fragili gambe, travolta da una “spallata” dei mercati finanziari globali, che sia casuale o voluta da chi quei mercati li influenza da poltrone e scrivanie ancora  più in alto di quelle di Draghi.

Personalmente, spero nella prima delle due soluzioni, e per quanto posso, farò di tutto per promuoverla, visto che la seconda costerebbe ancora tanta, troppa sofferenza a chi paga sempre il conto degli errori di chi governa: i Cittadini.

Francesca Donato

 

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