ACCOGLIENZA VERSUS INTEGRAZIONE

Di Sabrina Corsello 

6 febbraio 2019

Uno dei punti fondamentali dell’opposizione al Governo attuale è il tema dell’accoglienza. Non è bastato il voto degli italiani che -sulla base di un programma ben preciso – hanno votato a favore di chi intendeva mettere decisamente un punto agli oltre 700.000 sbarchi. Evidentemente non è bastato, tanto che si continua a parlare di accoglienza come un must indiscutibile, Ed è così che, anche a costo di mettere in discussione la stessa democrazia, si lanciano invettive contro gli italiani che, nella migliore delle ipotesi, sono ignoranti e perciò sbagliano a votare, nella peggiore, sono razzisti. Sa dell’incredibile, ma oggi gli italiani che da sempre hanno accolto tutti, cinesi, tamil, singalesi, mauriziani, bengalesi etc…, per i benpensanti sarebbero divenuti di colpo, disumani, razzisti e xenofobi. Inutile dire che tali giudizi non valgono per tutti quei civilissimi paesi europei che in questi anni la porta di casa non l’hanno mai aperta.

Ma ammettiamo pure che un’accoglienza illimitata e incontrollata sia possibile, tuttavia si impone comunque la domanda se una tale accoglienza possa considerarsi una seria politica migratoria.  Qui si tratta di capire che innanzitutto il problema della gestione dei flussi migratori in primis non è un problema etico di singoli individui, ma un problema politico di cui deve occuparsi lo Stato. Si tratta di capire che l’azione di uno Stato non può essere fondata su un’etica delle intenzioni o dei principi, ma se mai su quell’etica della responsabilità che sa guardare con lungimiranza al risultato dell’azione politica. Se così è, allora parlare di accoglienza illimitata significa opporsi alla stessa possibilità di una politica migratoria basata su ben determinate modalità di accesso e di espulsione prestabilite dalla legge. In altre parole, quel che sembra essere sfuggito del tutto ai paladini dell’accoglienza, è il fatto che il controllo dei flussi migratori è una prerogativa riconosciuta ad ogni Stato dal diritto internazionale e sancito dalla nostra Costituzione che, proprio in quanto è fondata sul lavoro, pone dei vincoli ben precisi all’ingresso nel nostro Paese. La nostra Cost. infatti all’art. 3 non si limita ad affermare il principio di uguaglianza formale di tutti i cittadini dinanzi alla legge ma, al fine di garantire un’uguaglianza sostanziale, impone alla Stato la rimozione di tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale al pieno sviluppo della persona e all’effettiva partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese.

Questi principi, sanciti dalla nostra Costituzione, sono di fatto e di diritto incompatibili con un’accoglienza intesa come fine politico e impongono, se mai, conseguentemente, un’accoglienza calibrata sulle realistiche possibilità di integrazione. L’accoglienza non può essere dunque il fine dell’agire politico, ma solo strumento in vista del vero fine che è l’integrazione. Non a caso, persino il Papa ha dichiarato che se non si può integrare è meglio non ricevere.

La vera questione dunque, non è tanto tra accoglienza o non accoglienza, ma tra accoglienza responsabile – in quanto commisurata realisticamente all’integrazione – e accoglienza fittizia che non tiene conto delle reali risorse socio-economiche presenti in un determinato territorio. Quest’ultima è quel tipo di accoglienza che inevitabilmente è destinata a determinare emarginazione, disagio sociale e dunque delinquenza. Il tema dell’accoglienza infatti, inevitabilmente, è destinato ad intrecciarsi strettamente con il tema economico e con quello della sicurezza. Oggi purtroppo l’accoglienza è divenuta lo strumento per abbassare i salari, puntando sul basso costo della nuova mano d’opera importata, intesa marxianamente come il nuovo esercito industriale di riserva. Accoglienza responsabile sarà dunque quella che vedrà nei diritti sociali la cartina di tornasole di una vera integrazione.

Ecco perché non è affatto vero che oggi il problema dell’accoglienza in Italia sia un problema identitario. In Italia non vi è alcun allarme di intolleranza, né tanto meno di odio razziale. Parlare di ritorno della minaccia dell’identitarismo e di razzismo in una Italia in cui i flussi migratori si sono succeduti costantemente e che da sempre ha accolto gente di tutte le etnie, non solo è profondamente ingiusto, ma è fuorviante nella misura in cui rischia di fa perdere di vista i nodi del reale processo di integrazione. La vera integrazione infatti è un lento e graduale processo culturale i cui esiti non possono darsi per scontati e che richiede significative risorse disponibili e politiche di lungo periodo.

Fino a qualche anno fa l’accoglienza era strettamente legata al permesso di soggiorno e alla “messa in regola”, sulla base di una precisa normativa che misurava la reale capacità di accoglienza di un determinato territorio, al fine di garantire a chi veniva accolto un’effettiva integrazione. Solo un’economia in espansione, infatti, può garantire questa opportunità ad un numero illimitato di persone. Sbagliano quelli che rimproverano agli italiani di avere la memoria corta, non ricordando di essere stati essi stessi migranti. Gli italiani lo ricordiamo bene e come! Ricordano di “aver costruito l’America”, di avere attraversato l’Oceano, di essere rimasti in quarantena ad Ellis Island dove i “marchiati”, se non ritenuti idonei, venivano immediatamente reimbarcati sulla stessa nave che li aveva portati negli Stati Uniti. E soprattutto ricordano di non aver ricevuto nessuna forma accoglienza, nessun tetto garantito, nessun pasto, ma di avere avuto la sola garanzia di trovare lavoro.

Insomma quello che i paladini dell’accoglienza no stop dovrebbero tenere in considerazione è che l’integrazione non è una scoperta dei nostri giorni, ma costituisce uno dei valori fondamentali della nostra democrazia, tanto che nella nostra Costituzione la stessa cittadinanza è intesa come parte finale del percorso di integrazione. Ecco perché integrazione non può voler dire rinuncia all’identità, in quanto sinonimo di intolleranza. L’identità deve se mai essere intesa come premessa prima di quell’ integrazione che si realizza nel rispetto delle e non contro le differenze.

 

 

 

 

 

 

 

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