LA CRISI DELLA SINISTRA FRA IPOCRISIA, METAMORFOSI E IMPOTENZA

10 marzo 2018

Il dibattito mediatico sorto in seguito al risultato del voto del 4 marzo si avvita in questi giorni attorno a due interrogativi fondamentali: le ragioni del crollo della sinistra, nelle sue varie declinazioni partitiche, e quelle del trionfo dei due partiti “populisti” Lega e M5S.

Entrambi i quesiti faticano ad ottenere risposte convincenti da parte degli esponenti dei partiti sconfitti, e le spiegazioni fornite dai vari giornalisti, opinionisti e politologi che sono cresciuti nutrendosi degli slogan funzionali al sistema di governo sino a ieri in forze, risultano altrettanto inconcludenti.

Per effettuare una corretta analisi della crisi della sinistra italiana, è necessario partire da un esame obiettivo dello stato di salute della sinistra in Europa, visto che facciamo parte dell’Unione europea, ma anche dall’esame della situazione politica d’oltreoceano, dato che viviamo in un mondo “globalizzato”.

Contrariamente a quanto affermato da vari commentatori, la débâcle della sinistra in Europa non è affatto omogenea.

Al di là dei casi di Germania, Austria e Paesi dell’est, in cui le forze politiche di destra o centrodestra sono cresciute a spese delle sinistre locali, vi sono altri Paesi in cui invece la sinistra, nella sua veste più “estrema” (cioè tradizionale), ha ultimamente guadagnato molte posizioni rispetto alle elezioni precedenti.

Gli esempi più recenti sono quelli dell’inaspettato successo di Mélenchon in Francia (su cui è calata una coltre di nebbia subito dopo l’elezione di Macron) e quello di Corbyn nel Regno Unito, ma non si può dimenticare il risultato di Podemos in Spagna, né tantomeno il trionfo di Tsipras in Grecia. Successi ai quali gli stessi politici che oggi si difendono dietro ad una presunta crisi generale della sinistra in Europa, facevano riferimento millantando presunte affiliazioni o comunità di intenti, in realtà inesistenti.

La vittoria di Trump negli USA, che molti attribuiscono a fattori pittoreschi fra i quali – facendo proprio la ridicola versione clintoniana della vicenda – l’ingerenza russa, dipende in grandissima parte proprio dal fatto che la sfidante Hillary Clinton è stata imposta dal Partito dei DEM sull’altro candidato Bernie Sanders, con modalità a dir poco opache (per non dire fraudolente), che gli stessi elettori DEM hanno vivacemente contestato. Se il candidato DEM alla presidenza uscito dalle primarie USA fosse stato Sanders invece che Hillary Clinton, l’esito del voto avrebbe potuto essere diverso.

Per capire il perché di suddette disomogeneità, è sufficiente dare uno sguardo ai requisiti identitari dei vari partiti di sinistra stranieri: laddove essi si configurano in senso tradizionale, cioè essenzialmente anticapitalista e socialista, gli stessi guadagnano consensi; dove invece essi si propongono come fautori delle “riforme” o promuovono obiettivi neoliberisti o europeisti, crollano. Quest’ultimo, infatti, è stato il caso della sinistra nostrana.

La risposta all’interrogativo iniziale, a questo punto, diventa intuitiva: la causa del declino inarrestabile della sinistra “progressista”, da noi come altrove, è la deviazione dai suoi contenuti e connotati storici: l’anticapitalismo; l’antimperialismo; la tutela dei diritti dei lavoratori e del welfare; l’affermazione del ruolo dello Stato nell’economia, a difesa delle classi più deboli ed a garanzia di uguaglianza sociale. In una parola sola: il socialismo.

Oggi la sinistra in Italia è diventata, invece, la prima testimonial del sistema eurocentrico basato sulle cessioni di sovranità dei singoli Stati europei e governato da una commissione fatta di soggetti non eletti, ma nominati fra una ristrettissima élite di uomini di potere, e da una Banca centrale europea, con un board composto dai governatori delle banche centrali nazionali, sotto la presidenza di un super-banchiere benedetto dalle big Banks americane. Entrambe queste istituzioni detengono interamente il potere politico e decisionale di governo in UE, e la BCE indirizza e definisce precisamente e direttamente le politiche finanziarie degli Stati membri dell’eurozona.

Ergendosi a garante del sistema così configurato, la sinistra è passata dall’essere lo schieramento politico che per eccellenza tutelava le classi più deboli (il proletariato, composto da operai e contadini) in opposizione agli interessi delle classi più agiate (nobiltà e borghesia), al divenire la roccaforte degli intellettuali, nobili o altoborghesi (non a caso definiti “radical chic”), con una metamorfosi integrale che certamente ai ceti medio-bassi non è passata inosservata.

A ciò si aggiunto il suo atteggiamento infinitamente ed esacerbatamente tollerante e di sconcertante minimizzazione verso il fenomeno drammatico dell’immigrazione clandestina, con persistente cecità sia di fronte all’insostenibile entità del fenomeno, esploso negli ultimi anni, che davanti alle prove del suo configurarsi quale brutale traffico criminale di esseri umani, da destinarsi ad attività illecite e lavoro nero o sottopagato.

Questa “upper class” che costituisce oggi la sinistra italiana, inoltre, mentre si riempie la bocca di plausi alla “società aperta” e di richiami ad un’elevazione del livello culturale nel nostro Paese, di fatto rifiuta ogni confronto od obiezione, benché fondata ed argomentata, chiudendosi a riccio nel proprio mondo blindato e colmo di pregiudizi, false sicurezze, autocompiacimento e paternalismo verso il “popolo bue”, circondandosi così di un’aura di superiorità elitaria che ne segna definitivamente la distanza siderale dal resto della popolazione.

Il PD, che è il partito principale di questa sinistra, rappresenta quindi la visione del mondo di questa “splendida minoranza”, il che cozza frontalmente con la possibilità per lo stesso di ottenere consenso da parte della maggioranza della popolazione, che con la stessa non può certamente identificarsi, in assenza di alcun obiettivo condiviso. Finché, infatti, gli argomenti cari al PD e suoi vari satelliti restano primariamente “le riforme”, “l’Europa”, i “migranti” e i “diritti civili”, non c’è da sorprendersi se la maggioranza degli Italiani non si sente rappresentata, anzi si ritiene più propriamente dimenticata o, peggio, messa da parte a vantaggio degli interessi di altri soggetti, ovvero i cosiddetti “poteri forti”: le grandi multinazionali, bancarie e non, le classi privilegiate (“la casta”), e non ultimi, gli immigrati.

A chi obiettasse a tale interpretazione il successo iniziale del governo Renzi, vanno ricordati due dati di non poco conto: Renzi ha governato sempre con i voti di Bersani, che si era presentato al suo elettorato con un programma molto meno Yuppie-friendly di quello renziano; inoltre, la famosa vittoria del PD di Renzi con il 40% alle elezioni europee, era stata ottenuta in presenza di un’astensione altissima (dovuta alla diffusa percezione dell’inutilità del Parlamento europeo) ed in una fase in cui il nuovo premier si poneva come “il rottamatore”, cioè il “nuovo” rispetto sia ai vecchi volti della politica di sinistra (come Prodi), sia rispetto ai precedenti governi “tecnici” (Monti e Letta) che avevano molto rapidamente destato il rigetto della popolazione, implementando le politiche di austerità imposte proprio dalla UE via BCE.

Ma presto Renzi si è accreditato come il premier dell’imprenditoria “vincente”, dell’economia “4.0”, e amico (troppo amico) delle banche, specie toscane, con tutti gli scandali connessi al bail-in di Banca Etruria e ai salvataggi di MPS.

Gli slogan con l’hashtag davanti ed i selfie a profusione non sono bastati a nascondere ai cittadini martoriati dalle tasse sempre in aumento, da una crisi economica interminabile, da un welfare smantellato pezzo dopo pezzo e da un precariato divenuto la regola, la miseria della propria condizione e l’incubo di un futuro di disoccupazione o sottooccupazione per i giovani. L’emigrazione dal nostro Paese verso mete fino a un decennio fa impensabili (Albania, Portogallo) oltre a Germania e Regno Unito, è aumentata esponenzialmente; la natalità è crollata e la povertà si è allargata a fasce di popolazione prima immuni.

In tale contesto di abbandono a se stesso del Popolo italiano da parte della sinistra, con un atteggiamento di sufficienza e avulsione dai problemi reali che ha dell’incredibile, è stato facile e comodo per la destra (o per il partito anomalo dei 5 stelle) raccogliere l’eredità giacente dei suoi valori e delle sue lotte storiche per farli propri e diventarne garante presso i Cittadini, i quali – dopo le ovvie reticenze dovute allo smarrimento ideologico – si ritrovano oggi finalmente ascoltati nelle loro istanze fondamentali e, quindi, rappresentati da tali soggetti.

L’opera mediatica di derisione o, peggio, demonizzazione delle destre e dei “populisti” in genere, non ha fatto che acuire la contrapposizione fra il Popolo e la sinistra, la quale ha comunque mostrato di non accorgersene, o di non curarsene affatto.

Oggi, dunque, i sostenitori e gli elettori dei partiti di sinistra si sono ristretti ad una classe “colta” o presunta tale, ma più propriamente privilegiata, in quanto ancora immune dal disagio economico profondo patito dal resto della popolazione colpita dalla crisi e dalla recessione, composta da cattedratici, professionisti di grido, banchieri od operatori finanziari; dipendenti statali di alto livello, artisti o personaggi dello show-business di successo, o mega-imprenditori con cointeressenze economiche significative con i partiti di sinistra.

Per continuare a governare il Paese, la sinistra odierna non ha che un mezzo: evitare il confronto elettorale. Per questo, coloro che fra le file della sua classe dirigente lo hanno ben compreso, guardano all democrazia con evidente sospetto e malcelata insofferenza e tifano per un governo sovranazionale europeo, composto dalle élite di cui fanno (o credono di poter fare) parte.

E per questo, coloro che nell’ambito della sinistra tentano di riproporre un ritorno alle origini, vengono dipinti come “reazionari” e sostanzialmente isolati e sabotati: qualsiasi posizione sgradita al gotha degli “illuminati” non merita spazio in un sistema siffatto.

Dovrà quindi sbrigarsi, questa sinistra europeista, in accordo e sinergia con le altre sinistre eurocentriche, ad eliminare del tutto il residuo margine di influenza del voto democratico sugli assetti di governo nazionali, per non venire travolta presto ed inesorabilmente dalla rivolta del nuovo proletariato che essa stessa ha creato ed esasperato sempre più, anno dopo anno, negli ultimi vent’anni e specialmente dal 2008 ad oggi.

Solo se questo piano delle élite fallirà – e perché ciò avvenga, il ruolo dell’informazione libera ed indipendente è fondamentale – i Popoli potranno nuovamente vedere al governo i propri rappresentanti e sperare in una tutela dei propri interessi. Diversamente, il mondo dipinto da Orwell nel suo più noto romanzo, già divenuto realtà sotto molti aspetti, sarà compiuto e a noi cittadini dell’Eurasia non resteranno che i cinque minuti di odio per sfogare la nostra inutile e inerme rabbia, verso i capri espiatori che il regime stesso ci darà in pasto.

Francesca Donato

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